
Visitare la Biennale dell'Arte di Venezia è sempre faticoso, perfino estenuante. Se si vogliono visitare tutti i padiglioni, tutte le sedi, si finisce la giornata stanchi e spesso sovrastimolati sensorialmente.
Il percorso usuale per me è prima Giardini, poi Arsenale. Il ritorno dall'Arsenale prevede di passare esternamente alle corderie. Sono gli ultimi passi che concludono la giornata. Il confronto con l'interno è perfino estraniante. L'interno è buio e rutilante di opere, l'esterno è luminoso ma -al confronto- deprivante sensorialmente: un panorama industriale scandito da moduli architettonici monotoni che scorrono attorno ai passi stanchi che calpestano lastre di acciaio ricoperte di un sottile velo di cemento.
E improvvisamente questi temi frastagliati e grigi si impongono come un motivo che migliaia di passi di visitatori, artisti e operai dei cantieri dell'arte hanno levigato nei decenni. E che continueranno a consumare. Questo lavorio involontario e collettivo emerge di colpo nella sua bellezza. Ogni lastra, inizialmente identica alle altre, assume una personalità.
Decido di fissare il lavorio che si offre discretamente sotto i miei passi, e giunto a casa, sovrappongo la scansione delle lastre attorno ai loro dadi esagonali. Il tempo e la fatica si depositano uno sull'altro. Milioni di passi pensosi che sedimentano decenni di pratiche artistiche, a loro volta inconsapevolmente scavano un panorama della fatica dell'arte.
A me spetta solo di raccoglierlo.
Visiting the Venice Biennale is always a tiring, even exhausting experience. If you want to see every pavilion and every venue, you end the day weary and often sensory‑overloaded.
My usual route is first the Giardini, then the Arsenale. The walk back from the Arsenale takes you past the external Corderie. Those final steps close the day. The contrast with the interior is almost uncanny. Inside it’s dark and glowing with works; outside it’s bright but—by comparison—depriving to the senses: an industrial panorama marked by monotonous architectural modules that sweep around the tired feet that tread on steel slabs covered with a thin veil of cement.
And suddenly these jagged, grey motifs rise as a pattern that thousands of visitors, artists and construction workers of art have polished over the decades, and will continue to consume. This involuntary, collective workings bursts into view in its beauty. Each slab, initially identical to the others, takes on a personality.
I decide to fix this work that silently offers itself beneath my steps, and once home I overlay the scan of the slabs around their hex screws. Time and fatigue pile up on one another. Millions of thoughtful steps that have settled decades of artistic practices, in turn unwittingly carve a landscape of art’s fatigue.
What's left for me to do is only to gather it.